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Pierre Restany | cristina cary|arte

Pierre Restany

PIERRE RESTANY (teorico fondatore del Nouveau Realisme, redattore di Domus e D’Ars direttore di Palais de Tokyo a Parigi critico di Modern Art International)

“Nuove strategie di intervento nel campo della Comunicazione globale” CRISTINA CARY

“Polena” della Brown Boveri, esce dalla terra una natura industriale urbana, dove oggetti tecnologici  e riciclo, fanno parte del materiale della “Tessitrice di Metallo”. Totalmente inserita nella tradizione dadaista del battesimo dell’oggetto industriale da Marcel Duchamp al Nouveau Realisme di Tinguely, lei innalza Teatri gitani e drappi barocchi, uccelli barbarici, fiori più affascinanti di quelli artificiali. Tessitrice dai colori stridenti e dai volumi controllati. Nelle sue giostre fatte di metallo a strisce di colore, c’è un grande desiderio vivo e selvaggio. Antidoto contro la decadenza “dell’essere per la morte” heideggeriano, l’artista assembla ferraglia nel suo “paradiso jank” e imprime “colore vitaminico rigenerativo  sulle “ossature” come lei stessa ama definirlo, per una nuova chance di vita. Gesto poetico culturale per una antropologia sociale.

PIERRE RESTANY - PRIX UNESCO POUR LA PROMOTION DES ARTS Parigi, 1995

Cristina Cary ha spinto molto lontano la sua ricerca nell’assemblaggio d’oggetti in disuso e del recupero della ferraglia industriale. Lei esprime con felicità la Poesia Selvaggia della Natura Industriale e Urbana ed ha intrapreso parallelamente un’appassionante ricerca sul senso Globale e Cosmico della sua visione Post-Industriale. Lei è senza dubbio una delle personalità emergenti della giovane generazione italiana. Il suo linguaggio simbolico riveste una crescente Ampiezza Cosmica e le sue opere prendono una grande Dimensione Visionaria. Se il premio UNESCO sarà conferito a lei corrisponderebbe perfettamente all’intenzione del suo fondatore, M. Kaii Higashiyama: ricompenserebbe della creazione rimarchevole e verrebbe a stimolare una personalità in piena fioritura.

C’era una volta una fanciulla di Gallipoli che aveva una immaginazione senza limiti. Confondeva il cielo col mare e non parliamo poi della terra. Ma poiché si dice che la terra è madre, decise di cercare fortuna a Milano. In mancanza di soldi si nutrì a lungo dei grandi sogni urbani, contemporaneamente: naifs e complicati. E poi venne il grande giorno. Il paradiso si manifestò sotto forma di una fabbrica abbandonata, la B.B.(Brown Boveri), che ella occupò in compagnia di qualche amico pittore affamato, come lei, di libera espressione. L’immaginazione aveva così definitivamente preso il potere in Cristina Cary. Con l’aiuto dei più diversi materiali di scarto, compose un bestiario “Junk”, proiezione delirante di tutti i suoi fantasmi. E non si fermò più. A poco a poco ci si rese conto che i suoi mostri erano vere sculture dai volumi esattamente controllati e che la stridenza dei vari colori con i quali dipingeva le sue tele era tutt’altro che aleatoria. Lasciò la B.B. per frequentare un’officina di un carrozziere dove potè disporre di pezzi di ricambio di macchine distrutte, ammortizzatori, paraurti, selle di moto. Continuò così a tessere la sua opera come fosse una grande tappezzeria metallica, costruita a pezzi secondo gli impulsi e le possibilità del momento. Venne poi il giorno nel quale cominciò a diventare la polena della leggenda. B.B.: le speranze stanno per diventare realtà. Partecipò via via a sempre più numerose manifestazioni dedicate alla giovane generazione e le gallerie militanti votate alla promozione della ricerca sperimentale, come la Diecidue, si interessarono a lei. Infine, fu il Comune di Milano che notò la singolarità di questo percorso vivo e selvaggio. Elio Santarella le dà la sua “chance” includendola nel programma dei “Percorsi della scultura” che egli organizza in pieno centro. Cristina Cary prende la palla al balzo: le sue “giostre” sono altrettante strofe del suo poema esistenziale permanente. Dei mazzi di fiori vibranti, più reali e più affascinanti dei veri fiori artificiali, delle ali giganti d’uccelli barbarici, dei drappi barocchi per dei teatri gitani. Il suo intervento crea nella città una esplosione di gioia, di sole e di sogno. Tutta questa storia sembra una favola. Ciò che ho riservato per la fine, è una confidenza che Cristina mi permetterà, lo spero di avere fatto. Si tratta del capitale di volontà, d’energia, di ostinazione creatrice e di lucidità autocritica investita in questa avventura auto-espressiva che l’artista stessa conduce sotto il segno della più grande esigenza. Un impegno nella dignità dello sforzo che fin dall’inizio della sua carriera ha forzato la mia stima. Il lavoro è per Cristina Cary l’espressione della pura gioia di vivere: le “giostre” e la loro “mise en scène” ne sono il simbolo.