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Viviana Conti | cristina cary|arte

Viviana Conti

Questo testo non intende riferire sulla misura di questa mostra, ma sulla dismisura di ogni artista. Una dismisura che è al di là di ogni metro o parametro e che rompe gli argini del tempo e dello spazio per far apparire sugli orizzonti dei Fantastico isole sconosciute, che solo uno sguardo reinventato dall'interno potrà vedere. Chi può dire da quale avventura nasce una figura sulla tela, una combustione o un'ossidazione nel dipinto, la sensualità di una pianta acquatica ritagliata da un inerte relitto industriale? Lo stupore di chi guarda nasce di fronte a un effetto di straniamento dalla quotidianità, dal dispendio imprevisto di una carica energetica, dal ribaltamento di un peso o di una pressione in una levità o sospensione. Forse occorre partire da un “deserto”, da quel lavoro di desertificazione che gli artisti mettono in atto quando cercano un vuoto come dimora dei loro eccessi. Perché ogni opera d'arte ha sempre in sé qualcosa di eccessivo, come di inutile o impraticabile anche se un destino, che può essere dentro o fuori dalla sua storia, la vuole eticamente ed esteticamente grande ed eterna. Un eccesso, dunque, per trovare uno spazio determina un deserto dove far schiudere nuove forme di vita. Non si può certo dimenticare che nell'arte queste forme di vita non possono che nascere sul terreno del linguaggio delle forme. La natura spesso suggerisce alla cultura, funzionando come uno schermo su cui l'immaginario dell'artista proietta le sue visioni. E questo è anche il nostro caso. Per Cristina Cary, artista di Milano, il deserto è la visione estatica di una città morta, di una ferrovia abbandonata, di un capannone inutilizzato, di una fabbrica disattivata, di un'area in disuso. È sempre a una rovina che questa “archeologa del futuro” vuole dare un nuovo ordine di vita, dirottandola anche sul terreno di un genere altro. Una Lambretta o una Vespa sotto i suoi interventi di chirurgia plastica e di cosmesi può diventare un pesce con strani innesti, una moto Guzzi, Benelli o Yamaha può assumere l'aggressività magnetica di un felino o i riflessi delle ali inguainate di un coleottero, un Citroën si fa squalo, orca, delfino, una lamiera rugginosa può rinascere come turgida ninfea scarlatta. È ancora sull'arca della demolizione, dello scavo, del l'abbattimento che il relitto industriale, ingombrante e patetico dinosauro fuori tempo, ritrova un'arcaica volontà di seduzione e si ricopre, per suscitare nuovi amori, di smalti coloratissimi, di vernici nere, tattili e vellutate, che ruba alla natura brividi di corpi, pinne, strutture ossee, code serpentine, fluorescenze di pelli e occhi nati per altre vite e altri elementi. Come la vegetazione trasmette strani sussulti di vita a città sepolte dalla polvere di secoli, così Cristina Cary, nota esponente di un gruppo di artisti che assume il nome di quell'Atlantide congelata che è la Brown Boveri, rivitalizza in campo estetico i resti della civiltà postindustriale: è così che nasce a Genova il suo Angelo Blumo, anima poetica del laminatoio a caldo. Si esprime un'inquietudine barocca in questa volontà di minare dall'interno il funereo equilibrio delle cristallizzazioni archeologiche. Se il mondo di Spielberg e Lucas non è estraneo a questa rigenerazione del postumano in UFO, tuttavia Cristina Cary ama mettere in atto nelle sue opere quel dispositivo dello stupore che agisce nei racconti di Conrad.